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venerdì 24 marzo 2006

Quanto vivrai a lungo

Aubrey de Grey, celebre e controverso biogerontologo di Cambridge, spiega a Nòva che la sua vita sarà molto più lunga di quanto possa immaginare

Ecco il testo dell'intervista a de Grey, già pubblicato da Nòva24 in una storia di copertina intitolata "Dura la vita".

DA CAMBRIDGE
MARCO MAGRINI

Aubrey de Grey ha sempre sognato di far qualcosa di buono per l'umanità. Mentre studiava computer science a Cambridge, ad esempio, era affascinato dall'intelligenza artificale. «Speravo di sviluppare dei sistemi capaci di sollevare la gente dai lavori più monotoni e ripetitivi», racconta, mentre a mezzogiorno sorseggia la prima pinta di birra fra le mura di The Eagle, il pub dove Francis Crick e James Watson annunciarono la scoperta del «segreto della vita», il Dna.

Dopo l'università però, Aubrey s'imbatte in una professoressa di genetica in California, 19 anni più grande di lui. Insieme all'amore - sono tutt'oggi felicemente sposati - de Grey incontra anche la biologia. E si mette a studiarla. «Dapprima con l'aiuto di mia moglie - precisa - e poi da solo». A forza di divorare libri, si fa un'idea precisa del suo futuro: farà il biogerontologo, lo studioso dell'invecchiamento biologico.

Al giorno d'oggi, Aubrey de Grey - un cognome altisonante del quale lui stesso non conosce l'origine, perché il padre si dileguò prima della sua nascita - è il biogerontologo più famoso del mondo. Non perché abbia una cattedra (in realtà lavora sui computer del dipartimento di genetica di Cambridge), ma perché nessuno ha mai fatto altrettanto baccano con la propria tesi, da lui battezzata Sens: «strategie per l'ingegnerizzazione di una senescenza irrisoria». «Non è vero che l'invecchiamento sia una realtà inoppugnabile, scritta nelle nostre cellule», argomenta. «Nei prossimi cento anni, la scienza lo cancellerà per sempre: si potrà morire per un'incidente d'auto, ma non di vecchiaia».

Sarà forse perché questo è il sogno più antico dell'umanità. Fatto sta, che la teoria di de Grey - di fatto una lista di sette strategie biomediche - ha avuto un'eco senza precedenti, in tutto il mondo. Technology Review, la rivista dell'Mit, ha cercato a lungo uno scienziato capace di confutarla: nessuno ha accettato. Al che, il direttore Jason Pontin ha messo 10mila dollari sul piatto: «Sono in palio per chi dimostrerà che de Grey ha torto». E Aubrey, che con quei capelli alla cintura e la barba all'ombelico sembra più un chitarrista heavy metal che non uno scienziato di fama mondiale, ha raddoppiato: la Fondazione Matusalemme, ha aggiunto sul piatto altri 10mila dollari.

La Methuselah Foundation è un'altra invenzione promossa da de Grey: per promuovere la ricerca scientifica sul fronte dell'allungamento della vita, la fondazione ha istituito il cosiddetto MPrize, il «premio M», dove quella lettera sta per mouse, topo. In altre parole, ci sono soldi in palio per quei ricercatori che, in laboratorio, fanno vivere un topolino un po' più a lungo del record precedente. Grazie al web - dove le sottoscrizioni sono aperte - la fondazione ha raggranellato un milione e mezzo di dollari. «Ma un altro milione e mezzo ci è stato promesso», dice de Grey. «Un solo individuo ha versato un milione, ma non posso dire chi. Un sacco di gente ci dà poche sterline ed è fantastico».

Aubrey de Grey non ha la pillola di lunga vita. Anzi, con l'esistenza che conduce (è appena atterrato da un viaggio negli Usa, dove ha tenuto tre conferenze) e con la birra che beve (siamo alla seconda pinta), non fa meraviglia che dimostri qualcosa di più dei suoi 42 anni. Eppure - udite, udite - è quasi sicuro di riuscire a vivere ben oltre i cento anni. «Le probabilità sono piuttosto alte», assicura.

«Fra 20 o 25 anni - spiega - è assai probabile che avremo a disposizione un mix di terapie, geniche e non, capaci di riparare parte del danno biologico subito dalle cellule con il tempo. In altre parole, sarò in grado di riportare indietro il mio orologio biologico. Dopo altri vent'anni, la scienza e la tecnologia sapranno già come fare di meglio e io vivrò ancora più a lungo. È quella che io chiamo "velocitàdi fuga dell'esistenza"».

Ora, il punto è che le "strategie" che compongono la Sens - di fatto sette problemi con sette soluzioni - non vengono tutte dalla testa di de Grey: molte sono note in letteratura. Però alcune sue idee sono accettate (e perseguite) da laboratori di tutto il mondo. Nel processo metabolico, la cellula produce una sorta di spazzatura, che si accumula. «L'invecchiamento non è che l'effetto collaterale del metabolismo. Così, ho proposto di sfruttare i geni di alcune specie batteriche che vivono nel sottosuolo, che sono abitualmente in grado di spezzare quelle stesse molecole che fanno la nostra spazzatura cellulare». Con un adeguata terapia genica, «all'inizio troppo difficile e rischiosa da essere sperimentata su un paziente sano, ma poi sempre più facile da applicare, fino all'iniezione o alla pillola», si potrà rammendare la vecchiaia. «E il bello - esulta - è che un sacco di gente ci sta lavorando».

Sorgono dei dubbi sul futuro del sistema pensionistico e anche di quello sanitario. Ma de Grey ha già pensato anche a questo. «Essere fragili come siamo è molto costoso», risponde. «Qui in occidente, il sistema sanitario spende molto più per l'ultimo anno di vita di un cittadino che per l'intera sua esistenza». Quanto alle pensioni, andranno per forza riformate. «Ma c'è una buona notizia: a 70 anni potrai cominciare a giocare a golf. Oppure cambiare vita: hai fatto il giornalista per 40 anni perché non provare a fare la rockstar?». Sì, scusi, ma la sovrappopolazione? «Non ci sono risposte semplici. Dipenderà dai tassi di natalità. Potremmo anche decidere di essere noi stessi, la prossima generazione». Eh sì, perché de Grey non parla di vivere 120 o 150 anni, in una sorta di decrepita giovinezza. Secondo lui, rimuovere l'invecchiamento significa vivere per secoli.
Ma il bello è che non è il solo. Anche Ray Kurzweil - uno dei più geniali inventori degli ultimi cinquant'anni - ha di recente firmato un libro, «Fantastic Voyage», nel quale cita ampiamente de Grey e profetizza che il ritmo esponenziale del Progresso ci porterà a vivere «indefinitamente» più a lungo.

È arcinoto che, nella storia, tutte le previsioni sul progresso scientifico sono risultate sbagliate per difetto. Kurzweil e de Grey vanno nel senso opposto: potrebbero sbagliarsi solo per eccesso.
La spiegazione dell'arcano sta in una corrente di pensiero, il transumanismo. La parola, originalmente coniata nel '57 dal biologo Julian Huxley, ha oggi un significato più ampio: i pensatori transumanisti sostengono che in questo secolo il progresso tecnologico porterà gli umani a trascendere i loro limiti, fino a diventare più che umani. «La storia della tecnologia - scrive Kurzweil - ci dice che il progresso procede su una scala logaritmica. Quindi non avremo un progresso di 100 anni, nel corso di questo secolo, ma il progresso di 20mila».

Aubrey de Grey è d'accordo. Qualora non gli fosse possibile agganciare in vita la rivoluzione di cui è il profeta, si è già dato una via di fuga: è diventato membro della Alcor, la fondazione americana che congela in azoto liquido i cadaveri dei propri soci, lasciandoli in attesa che il Progresso sappia come riportarli in vita. «Ho sottoscritto un'assicurazione sulla vita, che serve a pagare tutto questo», racconta fiero.

A maggio però, il Technology Review uscirà con alcuni studi che dovrebbero confutare le teorie di de Grey. «Sono tre - risponde per email Jason Pontin, il direttore - e il migliore è firmato da un folto numero di scienziati. Ma non saremo noi a decidere chi vince: abbiamo un panel di esperti».
Aubrey la butta in allegria. «Riusciranno a dimostrare che la Sens è infondata? Ovviamente no», dice ridendo. L'umanità ha sempre sognato la lunga vita, e lui intende accontentarla. Poco male che la vita sia dura. L'importante è che duri.

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